Furlans dal Gurizan

Furlans dal Gurizan

Attacchi alla scuola friulana nel 2013

All’inizio dell’anno scolastico 2013/2014 è stato pubblicato un articolo sul Messaggero Veneto dal titolo “Genitori irritati per il friulano a scuola” dove un rappresentante dei genitori delle scuole di Cormons protestava perché veniva data la possibilità agli alunni che ne facevano richiesta di avere un’ora la settimana di insegnamento in friulano nelle scuole dell’obbligo. Cliccando qui e qui potete trovare la risposta della nostra associazione.

Il “Grande Friuli” non ci piace

Confin fûr dal Friûl

Di seguito pubblichiamo uno testo scritto nel 2012 dai nostri soci Sandri Pian e Michele Calligaris.

Il “Grande Friuli” non ci piace, preferiamo quello di sempre.

Da qualche tempo a questa parte, sui quotidiani e nelle parole di qualche amministratore locale compare una nuova definizione: “Grande Friuli”.

Che diavolo è?
Una specie di clone della “Grande Serbia” trapiantato alcune centinaia di miglia più a nord?

La “cosa” non odora di buono, anzi, puzza parecchio di marcio! …come coloro che la usano non per fare gli interessi del Friuli ma per arrecargli danno.
L’aggettivo “Grande” evoca l’idea di un Friuli e, soprattutto, di un Popolo friulano imperialista, con il fucile spianato, pronto alla conquista; gente che cerca di dettare legge in casa d’altri. I Friulani, qualsiasi lingua parlino, nonostante i soprusi patiti nel corso dei secoli, non hanno mai macchiato di sangue la loro bandiera anche se, talvolta, furono obbligati a “difendere la Patria”…di altri.
Noi rifiutiamo fermamente questa definizione per il fatto che il Friuli è ciò che la storia ha visto nascere, ovvero quel territorio individuato dai Longobardi come loro primo Ducato e che, da allora, è conosciuto come tale dai popoli che vivono dentro e fuori dai suoi confini. I confini: quali sono quelli del Friuli? Quelli del Patriarcato di Aquileia?
Se si guarda alla storia, nessuno può negare che essi siano rappresentati dal fiume Livenza a occidente, dal Timavo a levante e dal crinale delle Alpi al mare, che comprendeva al suo interno sia lo Stato patriarcale aquileiese che una grossa parte della Contea di Gorizia (la restante si trovava in Tirolo).
Qualcuno dirà: “La Contea di Gorizia non era Friuli!”. A costoro replichiamo che, a ben guardare, il Friuli, come sopra descritto, e la città stessa di Gorizia erano divisi, fin dalla nascita di quest’ultima, fra il Patriarca di Aquileia ed il Conte del Friuli che, solo in seguito, come spesso accade, venne denominato Conte di Gorizia, in quanto il suo castello si trovava in quella località.

Scorrendo le pagine dei libri di storia, vediamo che, lungo i secoli, Gorizia è sempre stata considerata una città collocata geograficamente in Friuli (“Görz in Friaul” dicevano e scrivevano i tedeschi e “Friauler von Görz” si dichiaravano i goriziani) e nessuno l’ha mai messo in dubbio fino al sorgere dei nazionalismi.

“Friuli” è una definizione storica e geografica che non va confusa con quella di “Furlanie” che indica le zone del Friuli in cui è parlata la lingua friulana. Ad esempio: Marano è Friuli? Certamente (Marano difese la Patrie con i denti contro l’invasore veneziano), ma non è Furlanie. Allo stesso modo, solo per citare alcune località, anche Tischlbong/Timau, Špietar/San Pietro al Natisone e anche Monfalcone (che aveva un seggio nel Parlamento della Patrie a Udine!). Potremmo applicare lo stesso ragionamento anche a Plodn/Sappada o Portogruaro.

Pensiamo sia sufficientemente chiaro che il Friuli è UNO, né grande né piccolo. Ed è quello che abbiamo sopra descritto.

Visto che in molti ci chiedono cosa pensiamo in merito al riordino degli Enti locali della Regione Friuli-V.G., possiamo dire che il nostro sodalizio è per il rispetto dei confini del Friuli storico e, in misura ancora maggiore, per il rispetto delle diverse popolazioni che vi vivono da sempre, con le loro diverse identità e sensibilità. In questo preciso momento storico, nel quale spesso si sprecano parole, il nostro auspicio è di giungere, nell’ambito obbligato dell’ordinamento amministrativo dello Stato italiano, ad un modello territoriale simile a quello del Trentino-Süd Tirol, cioè una Regione molto diversa dall’attuale, che veda il Friuli storico assurto alla dignità di Regione o quantomeno di Provincia realmente autonoma e nondimeno policentrica al suo interno, eventualmente facendo coincidere le dimensioni provinciali con quelle delle diocesi. Chi dice che siamo “pro Udine” non ci ha capiti assolutamente o, peggio ancora, cerca di farci passare per qualcosa che non siamo.

Sulle questioni altrui non mettiamo parola.

DEFRIULANIZZAZIONE DI GORIZIA – tratto dal DAF

Vi riportiamo qui sotto l’articolo “Defriulanizzazione di Gorizia”, tratto dal DAF (Dizionario Autonomista Furlano) pubblicato dal Istitût Ladin – Furlan “Pre Checo Placerean” Collana di studi sull’autonomismo.

Gjornâi gurizansÈ questo il titolo di un fondamentale contributo, critico e polemico, di Gianni Nazzi su una sottile operazione culturale e comunicativa in atto da molti anni per defriulanizzare la Provincia di Gorizia, che in tal modo sarebbe più agevolmente annessa alla Venezia Giulia.
Scomparse tutte le intitolazioni di giornali, riviste e istituzioni con il nome del Friuli o l’aggettivo friulano in uso fino ai primi anni Venti – L’Agricoltore friulano, La sentinella del Friuli, Il Friuli orientale, il Corriere friulano…, Banca Friulana, Biblioteca popolare friulana, Partito popolare friulano, Società accademica friulana….- si è passati a goriziano, giuliano e isontino, aggettivo talvolta sostantivato, in uso soprattutto dopo la seconda guerra mondiale: il coltivatore isontino, L’Agricoltore isontino, Iniziativa isontina, Biblioteca statale isontina, Club enologico isontino….
C’è da aspettarsi ormai che qualcuno proponga di eliminare la parola Friuli anche dal nome dei Comuni di Capriva e Mariano , che attualmente sono “del Friuli”.
In questo caso è davvero miracoloso il fatto che il nuovo auditorium di Gorizia sia stato intitolato alla “cultura friulana”, ma i mass media locali fanno il possibile per non nominarlo scrivendo “auditorium di via Roma”, così come si astengono dallo scrivere per intero i nomi dei due comuni “del Friuli”.
La defriulanizzazione dev’essere parsa eccessiva anche alla redazione di “Voce isontina”, organo della Diocesi di Gorizia, che di fronte alle proteste suscitate, persino fra i cattolici sloveni, per l’intitolazione dell’Auditorium alla cultura friulana, ritenne di dover intervenire il 1° marzo 1980 con un editoriale intitolato “Non sparate alla storia”. Ecco qualche passo: “la più crassa ignoranza della storia goriziana ed isontina ha montato in questi giorni espressioni di meraviglia per la tabella dell’intitolazione dell’Auditorium alla cultura friulana come stabilito a suo tempo dalla Regione”. Dopo tante rinuncie imposte dal fascismo e dalle dolorose vicende del dopoguerra, dovrebbe oggi Gorizia anche “vergognarsi del suo passato in tanta parte friulano”? si domanda il giornale. Ci si dimentica, scrive, che nel 1868 la città aveva sedicimila abitanti, diecimila dei quali erano friulani. E dopo aver ricordato tutto ciò che i friulani di Gorizia diedero alla cultura e alla civiltà del Friuli, un patrimonio sepolto dalla retorica nazionalistica italiana, cancellato anche dalla toponomastica urbana, il corsivista così conclude: “Ma che ai Friulani, per una volta, si dia a Gorizia un innocuo riconoscimento della loro cultura, che è una componente fondamentale della cultura della città e della provincia (…) trovi ancora qualcuno disposto ad una voce di protesta è madornale. Tanto più che non s’è mai protestato per l’abuso di retorica superata ne per altre solenni dimenticanze, ignoranze, per cancellazioni e ricostruzioni che denunciano ancor oggi un’incredibile violenza alla storia ed alla cultura, subita senza batter ciglio, senza mai tentare una parvenza di riparazione”.
Contro la defriulanizzazione reagirono anche tre sacerdoti, Guido Maghet, Silvano Piani e Pino Trevisan, che su “Voce Isontina” del 5 gennaio 1985 intervennero per affermare la friulanità del Premio Nobel Rubbia: “…crediamo utile riportare anche ciò che la mamma dello scienziato, la signora Beatrice, e non una volta, ha tentato di precisare: “Noi Rubbia siamo friulani” (“Oggi”, 1984, n. 44, p. 12, cfr. pure “Gioia” del 5 novembre 1984, p. 43 ecc.). Questa notizia l’avremmo gradita apprendere anche dalla stampa locale…”.
Contro questo andazzo aveva reagito, con la consueta vis polemica, anche Gino di Caporiacco per contestare a Francesco Salimbeni l’uso capzioso dell’aggettivo giuliano nel volume “Storia lingua e società del Friuli” del 1977.